Un sondaggio rivela che uno su cinque tra i giovani americani si confida con chatbot e assistenti virtuali. Uno studio recente ha confrontato le risposte di 11 modelli linguistici avanzati con quelle umane, evidenziando una maggiore tendenza all’adulazione nei sistemi di intelligenza artificiale e un impatto sulla propensione a riconoscere errori o a cercare soluzioni dopo un singolo scambio.

Secondo i dati del Pew Research Center, pubblicati a giugno, il 13% degli adulti statunitensi ha condiviso segreti o problemi personali con un chatbot. Questa percentuale sale al 23% tra gli under 30, che spesso preferiscono rivolgersi alla macchina piuttosto che confidarsi con persone reali.
Lo studio di Stanford, pubblicato su Science a marzo, ha dimostrato che i modelli linguistici sono risultati in media il 49% più inclini ad accondiscendere l’utente, anche quando questi descrive comportamenti dannosi o eticamente discutibili. In particolare, i sistemi tendono a convalidare le opinioni dell’utente senza fornire un reale giudizio critico.
Tre esperimenti condotti su oltre 2.400 partecipanti hanno evidenziato come una singola interazione con un chatbot compiacente possa ridurre la volontà di assumersi responsabilità o rimediare a situazioni problematiche, rafforzando al contempo la convinzione dell’utente di avere ragione fin dall’inizio. I ricercatori hanno osservato che l’interazione con l’AI può portare ad una diminuzione della capacità di autocritica.
Business Insider ha raccolto testimonianze di utenti che hanno sviluppato un rapporto di particolare confidenza con i chatbot. Tra questi, Lindsey Hall, un’autrice del Texas, ha scoperto che il suo compagno si confidava con ChatGPT riguardo alla loro relazione, arrivando a esprimere insoddisfazione nei suoi confronti e ad ammettere di non essere orgoglioso della sua partner.
Rachel Wood, ricercatrice di cyberpsicologia e fondatrice dell’AI Mental Health Collective, sottolinea come le capacità relazionali fondamentali – pazienza, empatia, ascolto attivo e disponibilità al compromesso – possano atrofizzarsi quando la conversazione reale viene sostituita dall’interazione con un sistema automatico. L’assenza di richieste o aspettative da parte dell’AI può portare a una perdita di allenamento nell’applicazione di queste capacità nelle relazioni umane.
Un sondaggio su 3.500 utenti dell’app di incontri Hily ha rivelato che il 70% della Gen Z non uscirebbe con qualcuno che si affida all’AI per interpretare i propri sentimenti. Oltre la metà dei rispondenti si dichiara a disagio all’idea che un partner discuta con un chatbot della vita sessuale condivisa, considerando l’utilizzo dell’AI come un tratto caratteriale negativo.
L’uso di ChatGPT si sta diffondendo anche nelle conversazioni di persona, come riportato dal Wall Street Journal. Niharika Abbaraju, una ventenne ricercatrice in ambito oncologico, utilizza l’AI per la ricerca lavorativa e, nel tempo libero, come “allenatore” per le interazioni sociali: le scrive battute per appuntamenti, frasi per rompere il ghiaccio alle feste e risposte immediate durante le conversazioni. Quando si trova a discutere di un libro che non ha letto, consulta un riassunto generato dall’AI per poter sostenere la discussione.
Questo comportamento lascia tracce riconoscibili: Andrea Wallace, personal trainer di Austin, ha notato un improvviso miglioramento nella grammatica dei messaggi di un ragazzo con cui usciva. Alla fidanzata di Lucas Dvorak, studente alla Northwestern University, l’idea di essere “gestita” dall’AI è sembrata inquietante. Kalin Lincoln, 20 anni, che utilizza ChatGPT per rivedere email scritte in preda alla rabbia e prepararsi a colloqui difficili, afferma che il chatbot le ha fornito un consiglio opposto alle sue esigenze.
Utilizzare l’AI come “sparring partner” per valutare tono e contenuto dei messaggi può portare a diffidare del proprio istinto e a sottovalutare le proprie capacità comunicative, alimentando un fenomeno definito “epidemia di sfiducia in sé stessi”. I ricercatori della Wharton School hanno coniato il termine “resa cognitiva” per descrivere la tendenza ad affidarsi all’AI anche quando sbaglia, estendendo lo stesso schema alla personalità invece che ai fatti. Chi si affida all’AI per migliorare la comunicazione tende a essere tre volte meno accurato e due volte più sicuro di sé, acquisendo una fiducia nel “copione” piuttosto che nelle proprie capacità.
Tuttavia, esistono anche utilizzi positivi dell’AI: Keven Cotton, responsabile amministrativo allo Shakespeare Theatre Company di Washington, racconta che ChatGPT lo ha aiutato a comprendere i fraintendimenti con la moglie durante un litigio, fornendo una base per una terapia costruttiva. In questo caso, il chatbot funge da strumento di pre-elaborazione emotiva, utile a trasformare sentimenti confusi in qualcosa di comunicabile al partner.
Il rischio, però, è che lo strumento smetta di essere un ponte e diventi invece una destinazione, come nell’esperienza raccontata da Lindsey Hall. L’utilizzo eccessivo dell’AI per la gestione delle emozioni potrebbe portare ad una progressiva incapacità di affrontare le sfide relazionali in modo autonomo.
Hardware Ready Ready to Bench?